martedì 11 ottobre 2011

FantaBestiario: L’Uroboro

Uroboro… O il serpente che si morde la coda

L’uroboro è una figura a metà tra simbolico e animalesco di origine antichissima, risalente alla speculazione degli antichi greci sulle origini degli oceani e poi utilizzata dagli alchimisti, presso i quali ebbe grande fortuna e valorizzazione come simbolo atto a indicare specifici processi di passaggi di stato che si svolgerebbero continuamente.

Il nome significa letteralmente “che mangia o morde la coda”, infatti la rappresentazione di questa creatura simbolica è quella di un serpente che si ricongiunge alla sua coda mordendola, e assume così la forma di un cerchio. Il poeta argentino Ezequiel Martínez Estrada dirà che questo mostro è un serpente «che comincia alla fine della coda.» Il cerchio, nell’antichità e non solo, è simbolo di completezza e perfezione, una forma legata anche alla sfera della sacralità in tutte le sue forme e al ciclo della vita e della morte. Proprio per questo la figura animalesca del serpente è quella più adeguata a rappresentare questa idea del passaggio ciclico a nuova vita. Esso infatti muta la sua pelle divenendo, nell’immaginario classico, emblema della trasformazione e del risanamento. Non a caso, il serpente figura tra gli attributi del dio della medicina, Esculapio, e si fa figura del passaggio dalla vita alla morte e dalla morte alla rinascita, in un ciclo di risanamento e purificazione. Uno dei più ermetici filosofi ante litteram, Eraclito, affermerà che nella circonferenza l’inizio e la fine sono un solo punto, definendo per primo, in modo geometrico, ma anche concettuale, la figura del cerchio, raffigurata come uroboro in un amuleto del III sec., attualmente conservato al British Museum. Tale serpente che si morde la coda è talvolta raffigurato metà bianco e metà nero, rappresentando così il simbolo dello Yin e dello Yang della tradizione del Taoismo cinese. In tal modo sembra indicare una natura duplice del Uroboromondo, non in conflitto o in contraddizione, bensì in armonia cosmica. La molteplicità di significati che questo mostro concettuale racchiude in sé, dall’eterno ritorno alla ciclicità del tempo, si riconduce a un messaggio specifico: nel tempo non c’è nulla da attendere se non ciò che è già stato e deve ritornare. Come detto, l’uroboro fu particolarmente adoperato dagli alchimisti, ma che valore aveva presso di loro? Anche qui l’immagine viene usata come elemento di congiunzione di due nature opposte, maschile e femminile alchemico, che darebbero vita alla Pietra Filosofale, un androgino alchemico, riconducibile alla figura del Rebis, dal latino res bis (cosa doppia). Il Rebis, raffigurato generalmente come un ermafrodito a due teste, è figlio del Mercurio, la donna che coincide con il principio lunare, e lo Zolfo, l’uomo, che incarna il principio solare. Tutte queste complesse raffigurazioni riportano sempre all’unita di un duplice elemento, opposto eppure armonico. Di questo serpente circolare si parla anche nell’Edda in prosa, comunemente indicata come Edda di Snorri o Edda Minore, una sorta di manuale di poesia norrena contenente numerosi miti della tradizione nordica. Qui il racconto riconduce l’uroboro a Loki, dio del pantheon norreno, ingannatore e inventore delle tecniche, ma anche principio del male che mantiene in equilibrio il cosmo. Si narra che Loki generò due creature, un lupo, Fenrir, e un serpente, Jörmungandr. Secondo un oracolo questi due mostri avrebbero causato la rovina dell’umanità e dell’ordine cosmico, così gli dèi li imprigionarono. Il lupo fu incatenato con sei oggetti immaginari: il rumore del passo del gatto, i tendini dell’orso, l’alito del pesce, la barba della donna, la radice della roccia e la saliva dell’uccello. Il serpente, invece:

uroboro «fu gettato nel mare che circonda la terra; e nel mare è talmente cresciuto, che adesso anche lui circonda la terra, e si morde la coda.»

Sembra davvero trattarsi del simbolo dell’Oceano secondo gli antichi greci, che credevano che le terre emerse fossero circondate da un fiume circolare il quale contornava la terra, senza foci né fonti, e al quale tutte le acque confluivano. La sua figura antropomorfa era quella di un vegliardo con la folta barba fluente, secondo alcune tradizioni origine degli dèi e di tutte le cose.

Una delle più intense e suggestive rappresentazioni è quella che dà Ciro da Pers, poeta e pensatore del Seicento, nella poesia Orologio a ruote:

 

Nobile ordigno di dentate rote

lacera il giorno e lo divide in ore,

ed ha scritto di fuor con fosce note

a chi legger le sa: SEMPRE SI MORE.

Mentre il metallo concavo percuote,

voce funesta mi risuona al core;

nè del fato spiegar meglio si puote

che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,

questo, che sembra in un timpano e tromba,

mi sfida ognor contro all’etá vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,

affretta il corso al secolo fugace,

e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

 

Osservate bene il quarto verso: “a chi legger sa” apparirà chiaro in “sempre si more” l’anagramma di “serpe mi morse”.

 

Lavinia Scolari

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