mercoledì 19 ottobre 2011

FantaBestiario: La Chimera

Chimera Il FantaBestiario ci propone, per questo nuovo incontro, una figura famosissima eppure per molti aspetti fraintesa o misconosciuta: La Chimera.

Che cos’è questa creatura mitologica?

Nel linguaggio comune, con il termine chimera si indica ormai un’utopia, un’idea falsa o una vana immaginazione impossibile da realizzarsi o verificarsi. Ma nell’antichità la chimera era qualcosa di ben diversa da una vana immaginazione: era un mostro del mito, e nel mito non vi era nulla che i Greci ritenessero impossibile. Come sempre, iniziamo la nostra ricerca partendo dal nome. “Chimera” deriva dal greco Χίμαιρα (leggi chímaira), e significa “capra”. L’italiano deriva dalla traslitterazione latina del termine: chimaera. Ma questo animale mostruoso non era semplicemente una capra, bensì l’unione delle parti di diversi animali. La prima descrizione dell’essere appare nell’Iliade di Omero, all’interno del racconto di Bellerofonte. Bellerofonte era un eroe originario di una città ellenica, Corinto. Il suo valore più che umano gli derivava dall’essere figlio di Poseidone, benché il suo “padre umano” fosse un certo Glauco, figlio di Sisifo, e la madre fosse la figlia del re di Megara, chiamata Eurimede o, secondo altre versioni, Eurinome. Il nome dell’eroe significa “uccisore di Bellero”, e infatti, secondo il mito, Belerofonte, in seguito a un omicidio, forse quello del tiranno Bellero, fu scacciato dalla città e andò a rifugiarsi presso il re Preto. Ma la moglie di Preto, Antea, se ne invaghì e tentò di sedurlo. Bellerofonte rifiutò la donna e questa, per vendetta, lo accusò al marito di averle tentato violenza. Preto, allora, non potendo uccidere un suo ospite per via delle leggi tacite sull’ospitalità inviolabile, mandò l’eroe presso Iobate, padre di Antea e re di Licia, una regione dell’Asia Minore, perché lo uccidesse. Infatti, diede allo stesso Bellerofonte un messaggio sigillato da consegnare al suocero, nel quale lo pregava di uccidere lo straniero. Ma Iobate, piuttosto che mandare a morte lo sconosciuto, gli commissionò una missione, quella di uccidere un mostro che devastava il paese e sbranava le mandrie: la Chimera.

 

Ed ecco, entra in scena Omero con la sua breve descrizione del mostro:

Poi, ricevuto che ebbe il messaggio funesto del genero,

per prima cosa (Iobate) gli ingiunse di andare ad uccidere

la Chimera invincibile: era di stirpe divina, non certo umana,

davanti leone, dietro serpente, capra nel mezzo,

e spirava una vampa terribile di fiamma ardente.

(Iliade, VI, 178-182)

 

Chimera di Arezzo Omero ci parla della Chimera come di un essere di stirpe divina, una creatura partecipe di una triplice natura animale: leone nella parte anteriore, serpente in quella posteriore, e col corpo caprino nel mezzo. Ma Esiodo, nella Teogonia (La nascita degli dèi) ci dice che essa aveva tre teste, una di capra nel mezzo, e quelle di leone e di serpente alle estremità; e in tal modo viene raffigurata in un celebre bronzo rinvenuto ad Arezzo, e risalente al V secolo. Caratteristica di questo essere “divino” (e non mostruoso in senso peggiorativo), era il fuoco che sputava dalle fauci. Infatti Chimera era figlia di Tifone e della “Vipera” Echidna. Tifone, il padre, era un essere mostruoso, figlio della Terra e del Tartaro, alto più di una montagna, al punto di urtare le stelle e di unire oriente e occidente stendendo le braccia. Era alato, vipere lo circondavano dalla cintola in giù e fiamme sprizzavano dagli occhi. Echidna, la madre, era un essere metà donna metà serpente. Al posto delle gambe, infatti, aveva una coda di vipera. Con Tifone, Echidna non generò soltanto la Chimera, ma anche Cerbero, L’Idra di Lerna e Ortro, il cane di Gerione. Nonostante la sua discendenza temibile, Bellerofonte ebbe la meglio sulla Chimera, uccidendola con un sol colpo, secondo alcuni grazie anche all’aiuto di Pegaso, il cavallo alato, secondo altri da solo. Utilizzò, per vincere il mostro, una lancia con la punta di piombo, la quale, al contatto con l’ardente fuoco che la Chimera spirava, si fuse e la uccise senza rimedio. Nel mondo latino, è Virgilio con il suo capolavoro, l’Eneide, a tornare a parlare della Chimera, descrivendola come un mostro “armato di fiamme”. Servio, commentatore dell’Eneide, ci informa del fatto che in Licia, regione che avrebbe dato i natali al mostro, esisteva un vulcano, alle cui falde si trovavano branchi brulicanti di serpenti, più in alto , sulle pendici, pascolavano le capre, e sulla cima si rintanavano i leoni. Pertanto la Chimera sarebbe un animale metaforico, rappresentazione di questo vulcano anatolico. Plutarco, invece, pensava che il nome Chimera fosse stato quello di un pirata che aveva fatto dipingere sulla sua nave un leone, una capra e un serpente velenoso, il colubro. Ma la Chimera è una creatura ancora più antica della 600px-Chimera_Apulia_Louvre_K362civiltà greca. Sembra infatti che fosse nota perfino ai Sumeri, dove rappresentava la “voce del tuono”, sacra alla dea Inanna, dea della fertilità e dell’amore, assimilabile alla greca Afrodite. Dai Sumeri si diffuse presso gli Etruschi, e questo spiega il ritrovamento del bronzo che la raffigura in  località Toscana, ad Arezzo. Nel medioevo, il mostro muta forma: mantiene il corpo del leone e assume il volto di donna; in altri autori e testi, invece, diventa una creatura del molteplice: viso di donna, artigli d’aquila e zampe di leone, corpo di capra e coda di serpente.

Questa molteplicità e diversità di raffigurazione del mostro, portarono probabilmente al suo significato odierno, di utopia. A cristallizzarne l’immagine come quella di donna fatale, fascinosa e irraggiungibile, fu il poeta Dino Campana, con il suo componimento a lei intitolato:

 

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido

Viso m'apparve, o sorriso

Di lontananze ignote

Fosti, la china eburnea

Fronte fulgente o giovine

Suora de la Gioconda:

O delle primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O Regina O Regina adolescente:

Ma per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue,

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose

Regina de la melodia:

Ma per il vergine capo

Reclino, io poeta notturno

Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Io per il tuo dolce mistero

Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

Non so se fu un dolce vapore,

Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

E l'immobilità dei firmamenti

E i gonfii rivi che vanno piangenti

E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti

E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

Lavinia Scolari

Nessun commento:

Posta un commento